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Maledetto sia io // Lasciaci ballare

Strade ruvide che scorrono sotto il mio culo. In cielo pennellate del crepuscolo, oramai il sole sta morendo da un bel pezzo.
Maledetta sia la radio e la pubblicità, che quando hai voglia di una bella canzone, sei rilegato ad ascoltare la demenza.

Non mi fai ancora bene. Da fuori non lo vedi più. Te lo prometto.

Maledetto sia il silenzio, e il profumo di Milano, che quando apri la finestra entrano i clacson e le ambulanze. Che ascoltarle capita sempre di amare il mio sangue a maggior ragione.
Maledetta sia l’abitudine di pensare, e la mia ossessione a cercare risposte, che non è ora tempo di subire.

E’ che dà fastidio restare in equilibrio, con una scarpa allacciata e un piede ancora scalzo. 
E poi cadere in piedi, e sgretolarsi per forza una metà.

Maledetto sia il freddo, e le mani congelate, e i piedi sotto il piumone che strofino alternativamente contro i polpacci. Ad Ottobre.
Maledetta sia la tua mancanza, non tanto per quello che resta ma per quello che domani speravo di te.
Maledetti siano i film, e gli attori che piangono. Che a volte mi piacerebbe saperli imitare.
Maledetta sia la mia pancia gonfia, che mi siedo e vorrei strapparti via, come strappo gli scontrini del supermercato.
Maledetta sia la copertina di “Nessuno si salva da solo”. Che sopra la dolcezza, c’è la verità che di me non vuoi mai credere.

E penso che avremmo dovuto fare ancora tanto.
Non sarà più quel tanto che è racchiuso in cinque lettere.
E ci penso io a darmi ancora un senso se proprio non c’è tempo di restare.

Maledetto sia questo lungo inverno, che per noi è già iniziato, e che se esci col maglione pensi subito di avere già sbagliato tutto.

Maledetto sia anche il vento, che mi porta gli odori e l’aria umida che mordeva con me le tue piccole labbra bellissime. Che tanto ti dava i brividi lo sfiorarti sulla schiena. E lo stringerti i capelli tra le dita.
Maledetta sia l’acqua gelida, che mi scivola addosso non appena accendo la doccia, e che è bellissimo quando ancora avverti le braccia bruciare.
Maledetta sia la velocità di una sigaretta, della luce che arriva alle sei la mattina. Del buio in generale.
Maledetto sia il mio cuscino, e il sudarsi che ricordo bene. E la voglia.
Maledetta sia l’abitudine di perdersi, la fame prima di andare a letto. La claustrofobia di un abbraccio. Che lascia la maglietta stropicciata e i muscoli stanchi.
Maledetta sia la collezione di parole, che ho mani lente e fragili. E i miei battiti che vorrei regalarteli, che li consumassi stritolandoli con gli occhi.

Non fai ancora bene. Non me ne accorgo più.
 Dentro, per favore, lasciaci ballare.

E che maledetto sia io.

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Ho ancora fame // Un testo dritto dallo stomaco

Quando ad esempio non trovi sonno, ti siedi a quattrocchi con un foglio e vomiti parole… Tante, infinite…Come voler parlare, soffocare, morire…e poi andare a dormire

Ho ancora fame

Ti ho lasciata un po’ dormire sopra il petto
E per imposizione poi, ho spento tutto quanto
Quel tuo stereo vintage che sputava note
Che ascoltare adesso sarebbe solo soffocare

Un po’ me ne vergogno di restare ancora appeso
Di non spingermi mai fuori dove forse è uscito il giorno
E che aprirò la porta ad un altro inverno gelo
A volte senza fiato, per te esistere è lo stesso

Come puoi lasciarmi andare?
Provo a dirti che di te ho nel pugno tutto il cuore
E le lotte, i tuoni, i calci e di nuovo ho ancora fame
Tu non mi fai andar via l’abitudine a morire

Scorrerei le mani ancora per attraversare il cielo
E per disposizione poi chiuderei le ali in volo
E sfonderei anche i fili che ci reggono alle nuvole
Crolleremo forse insieme per stranezza di abitudine

Dici sempre che è normale questa foga di sporcarsi
Mi fermo qui ad un passo, ci siamo già fin troppo persi
Come schegge di metallo che si infilano più a fondo
Come stai? Dove sei? Non lo sai? Finalmente ho detto tutto

Come puoi lasciarmi andare?
Provo a dirti che di te ho nel pugno tutto il cuore
E le lotte, i tuoni e i calci e di nuovo ho ancora fame
Tu non mi fai andar via l’abitudine a morire

Come puoi lasciarci andare?
Cadono parole vuote che non mi spetta di riempire
E di notte i muri spessi e di nuovo ho ancora fame
Tu non mi fai andar via l’abitudine a morire

Quanto pesa ora lo stomaco
Sto imparando a respirarmi
Ho perso vita per non provare a respirarti
Come stai? Dove sei? Cosa fai? Mi manchi, adesso dentro
Come stai? Dove sei? Non lo sai? Finalmente ho detto tutto

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